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Cinema e Teatro

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venerdì 10 aprile 2009

OpificioTrame ospite del Teatro Vascello di Roma


Compagnia milanese ospite per la prima volta del territorio romano al Teatro Vascello, teatro stabile di innovazione dal 21 al 26 aprile 2009.

"Resistenze" è lo spettacolo che ha permesso alla coreografa Federicapaola Capecchi di essere selezionata per il progetto internazionale Choreographic Collision part 1 e di debuttare, part 2, a giugno 2008, alla 6° Biennale Internazionale di Danza Contemporanea di Venezia (Direzione artistica di Ismael Ivo), con una creazione originale sul tema “Beauty. Art is beautiful!”, all'interno della piattaforma "Giovani coreografi italiani”.

Lo spettacolo, a novembre 2008, ha ricevuto il Premio Nazionale La Torretta "destinato a tutti coloro che con il loro lavoro contribuiscono all'esaltazione dell'arte, della cultura, della solidarietà e ad elevarne i contenuti".

LO SPETTACOLO
Resistenze è emblematico della ricerca che Federicapaola Capecchi porta avanti da anni, un teatrodanza in cui parola, musica, corpo e coreografia s'innestano l'una sull'altra divenendo in scena un unicum indivisibile, evocativo e propositivo.
Si susseguono parole, respiri, la mappa delle emozioni dei danzatori-attori che si aprono ad un'espressione in cui il corpo è riflessione e poesia, fonte di continue risorse in un permanente alternarsi tra realtà e desiderio, tra sogno e vita, divertimento. Corpi che si raccontano, confidano pensieri ed affetti che, per quanto unici e personali, alla fine riguardano tutti, perché nulla ci è estraneo. Confidenze strutturalemente essenziali ed emotivamente sferzanti, che colpiscono per purezza ed omogeneità. Così come i gesti. Su tutto, parole, danza, gesti un linguaggio vissuto, che arriva dal corpo e vi respira, senza automatismi né artifici tecnicistici. Esprimono il massimo della forza e della fragilità. Sembrano a volte sculture che sfiorano il piano dell'effimero, sospese in maniera inesorabile sulla scena. Tutto avvolto in un alone di serenità e confidenza. Punto di partenza, i rapporti tra gli individui, la dimensione dei rapporti tra gli uomini, da ciascuno sviluppata in modo soggettivo, secondo le proprie esperienze, anche e soprattutto le più intime. Le musiche sono originali, composte da Maurizio Corbella, che è sul palco con una strumentazione limitata ad una chitarra elettrica, voce ed effetti analogici. Le musiche seguono un canovaccio ma sono largamente influenzate in maniera estemporanea dalla performance dei danzatori. Così facendo si ha uno spettacolo mai uguale, in cui l'improvvisazione gioca un ruolo fondamentale.

Le musiche sono pensate al totale servizio della danza e lavorano soprattutto in modo evocativo, portando a galla il sottotesto, di volta in volta ironico, alienato, doloroso o dolce delle coreografie. I testi sono di Riccardo Walchhutter.

Coreografia e Regia: Federicapaola Capecchi | Testi e drammaturgia: Riccardo Walchhutter | Musiche originali e canto: Maurizio Corbella

Con: Riki Bonsignore, Federicapaola Capecchi, Arianna Cavallo, Maurizio Corbella, Elisa Garbarini, Yuri La Cava
durata: 60 minuti

La necessità e le resistenze dei rapporti umani. La necessità e le resistenze dell'amare, del volere qualcuno accanto a noi, in modo forte. Si susseguono parole, respiri, la mappa delle emozioni dei danzatori-attori che si aprono ad un'espressione in cui il corpo è riflessione e poesia, fonte di continue risorse in un permanente alternarsi tra realtà e desiderio, tra sogno e vita, divertimento. Corpi che si raccontano, confidano pensieri ed affetti che, per quanto unici e personali, alla fine riguardano tutti, perché nulla ci è estraneo. Esprimono il massimo della forza e della fragilità. Sembrano a volte sculture che sfiorano il piano dell'effimero, sospese in maniera inesorabile sulla scena. Il flusso di energia che circola tra i corpi che ora si sfiorano, ora si toccano, ora si abbandonano, viene sempre bruscamente interrotto. La perdita di una persona importante, cui questo lavoro è dedicato, non è sulla scena in quanto storia, perché personale, intima, privata, riservata. Ma ci sono le riflessioni e le emozioni che questa esperienza di rapporto umano ha prodotto. Perché circoli un po' d'amore, ognuno come vorrà. A Eu

Teatro Vascello, Via G. Carini 78 a Monteverde Vecchio sopra a Trastevere, Roma | tel +39 06 5881021 - 06 5898031 - fax 06 5816623 botteghino@teatrovascello.it | www.teatrovascello.it |

Teatro Vascello: Doppio Assolo di Danza Contemporanea


IL TEATRO VASCELLO

è lieto di presentare lo spettacolo di danza contemporanea

Dal 15 all'19 Aprile ingresso ore 21.00


Doppio Assolo di Danza Contemporanea

NON TRASCURO

di e con Sara Simeoni

e

DEFORME CAOS DI FORME ARMONIOSE

di e con Caterina Inesi

prezzi in promozione nostri iscritti alla mailing list e Scuole di Danza 10,00 euro e per gruppi di 4 persone: 3 a 10,00 e uno a 1,00 euro prenotando via e.mail a promozione@teatrovascello.it

Rientrano in questa promozione anche i due successivi spettacoli di danza

http://www.teatrovascello.it/2008_2009/cartellone_08_1.htm#simeoni


SOSTIENI LA CULTURA VIENI AL TEATRO VASCELLO

INFO 06 5881021 - 06 5898031

Teatro Stabile d'Innovazione - Formazione, Ricerca e Promozione di nuovi linguaggi

Ricordatevi che siete il pubblico di domani

VIA GIACINTO CARINI 78 ROMA MONTEVERDE -

www.teatrovascello.it

VI ASPETTIAMO NUMEROSI


Cristina 3405319449

Ufficio Comunicazione e Promozione


Come raggiungerci: Il Teatro Vascello si trova in Via G. Carini 78 a Monteverde Vecchio (Roma) sopra a Trastevere, vicino al Gianicolo. Con mezzi privati: Parcheggio per automobili: lungo Via delle Mura Gianicolensi, a circa 100 metri dal Teatro.Con mezzi pubblici: autobus 75 si ferma proprio davanti al teatro Vascello e si può prendere da stazione Termini, Colosseo, Piramide, oppure il 44, il 710 e l'871, 870. Treno Metropolitano che si può prendere da Ostiense fermata Stazione 4 venti in Viale 4 Venti a due passi dal Teatro Vascello .

mercoledì 8 aprile 2009

Graal la notte che Wagner uccise Spontini

CARLO EMILIO LERICI

in


una co-produzione

Teatro "Belli" - Roma

Teatro "Cortesi" - Sirolo

Teatro Lirico Sperimentale delle Marche


GRAAL

Melologo di Gianni Gualdoni

Musiche di Richard Wagner e Gaspare Spontini

Regia e scene Gianni Gualdoni



"Opera Segnalata" al Premio Nazionale "Vallecorsi" 2003 (in Giuria: Carlo Maria Pensa, Giovanni Antonucci, Andrea Bisicchia, Antonio Calenda, Nando Gazzolo, Gastone Geron, Valeria Moriconi, Ugo Pagliai, Luigi Squarzina), il testo è un melologo, azione teatrale con forte uso drammaturgico della musica che risulta pertanto piena co-protagonista del racconto scenico.

Lo spettacolo debutta in prima assoluta a Roma e prosegue nelle Marche, per toccare poi le pincipali città (Milano, Genova, Torino) a partire dalla prossima stagione.


Venezia, 13 febbraio 1883: Richard Wagner sta scrivendo il suo ultimo articolo, incompiuto, "Del feminino nell'umano". Da pochi mesi ha presentato con successo a Bayreuth la sua nuova opera, l'ultima: "Parsifal"…

Unico personaggio in scena, Wagner sviluppa la narrazione, che è un percorso. Il suo: di musicista, di artista, di uomo. Ed è il percorso di Spontini, che pure non appare mai, ma è solo evocato. Percorso mitico, rituale, celebrativo: etico. Wagner rievoca Spontini, di cui compianse a suo tempo la scomparsa: l'orazione funebre si fa impercettibilmente conferenza, lezione storica, seduta di studio, approfondimento musicale da prova d'orchestra, ma anche slancio onirico, confidenza personale, confessione intima, in un viaggio interiore che lo porta ad intendere realtà nuove nella progressione umana della pietà, della consapevolezza, della propria trasfigurazione esistenziale. Un'esperienza personale, segreta, ineffabile, più nella sfera indicibile dell'emozione che non in quella razionale della conoscenza; di fatto, il rituale di una sorta di nuova religione –la fede nell'arte- di cui si celebra la liturgia, di natura laica e umanistica, attraverso fasi di progressione simbolica come in molte esperienze misteriche e sacrali di differente credo valoriale o confessione religiosa: compresa quella del Missale Romano, nel suo sviluppo di Kyrie (contrizione), Gloria (commemorazione), Credo (testimonianza), Sanctus-Pater (coscienza), Agnus (sublimazione).

Contrappunto costante al procedere del viaggio è la musica, usata drammaturgicamente quale autentico transfert o -se si preferisce, wagnerianamente- leitmotiv.

Quella di Spontini (tratta dalle sue opere principali La Vestale, Fernando Cortez, Agnese di Hohenstaufen), che appare come fantasma del compositore, evocato e presente in scena solo attraverso essa; quella di Wagner (da Parsifal, Tristano e Isotta, La Valchiria, Sigfrido, L'Oro del Reno, Lohengrin, Tannhäuser, oltre che da brani cameristici), che ne connota la parabola storica, spirituale, emotiva. Così come significative sono le citazioni da scritti suoi ("La mia vita", "L'opera d'arte dell'avvenire") e da "Stato e anarchia", di Bakunin: che conobbe bene di persona e di cui condivise non poche vedute. Wagner rinnova in sé il rito dell'esecuzione di musica spontiniana, con ciò rendendo vita allo spirito dell'autore, celebrandone "qui ed ora" il suo mito di dissoluzione-trasformazione-rinascita: come altri faranno a suo tempo con la sua musica e il suo stesso spirito… Fenomeno ciclico, misterico e sacro eppure prettamente umano e terreno, che si chiama -laicamente- cultura.




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Da: <ufficiostampa@teatrobelli.it>

ultrà- al kollatino underground sabato 18 e domenica 19 aprile

Sabato 18 (ore 22.00) e domenica 19 (ore 18.00) aprile 2009

Al Kollatino Underground

Via Georges Sorel, 10

ultra-

rielaborazione da "I furiosi" di Nanni Balestrini

ideazione e regia edgarluve

drammaturgia Alessio Traversi

con Marco Mannucci

batteria Francesco Zerbino

organizzazione Federico Bernini

con il contributo di alcuni ultrà della Curva Nord di Livorno

Il progetto è stato finalista del Premio alle arti sceniche

Tuttoteatro.com "Dante Cappelletti", edizione 2006

Al Kollatino Underground verrà presentato per la prima volta a Roma Ultra- della compagnia livornese Edgarluve. Lo spettacolo è un monologo "selvaggio" dedicato almondo degli Ultrà, rielaborazione da I furiosi di Nanni Balestrini, con ideazione e regia di Edgarluve, drammaturgia di Alessio Traversi. In scena solo l'attore Marco Mannucci e il batterista Francesco Zerbino.

Un apparato minimo per una narrazione epica. Un poema eroicomico in cui si lotta per non vincere nulla. L'ultrà stesso diviene protagonista per raccontare, per esprimere la sua realtà senza apporvi un giudizio morale. Non si rivendica, non si condanna, piuttosto si dice soltanto: questo esiste, questo è.

ultra- è quindi prima di tutto una storia. La storia di persone per cui i gradini della curva sono solo un punto di partenza: per esprimere uno stile di vita, per praticare il dialogo o lo scontro con le istituzioni, per stringere alleanze con le tifoserie di colore politico analogo e dichiarare guerra a quelle di colore politico opposto, per partecipare a progetti che escono dai cancelli dello stadio e sconfinano nel sociale. Anche questa storia vive di un conflitto di base: quello che ruota attorno all'idea di violenza.

In questo caso la storia è diventata un culto laico, l'ultimo in grado di compiere quello che i culti tradizionali del mondo occidentale non sono più in grado di fare: fabbricare rituali e mitologie.



ultra- è in primo luogo un lavoro di ascolto. L'adattamento teatrale de "I furiosi" di Nanni Balestrini è infatti basata sul contributo che un gruppo ultrà livornese ha voluto fornire a questo lavoro rilasciando alla compagnia una serie di video-interviste, poi rielaborate nella messa in scena finale senza filtri, nell'intento di dare spazio soprattutto alla "verità" di chi parla.

ultra- è anche uno strumento di confronto con il pensiero e gli stili di vita degli ultrà livornesi, storicamente appartenenti a una tifoseria "rossa" e negli ultimi anni protagonisti di un processo di identificazione collettiva talmente profondo da riproporre forme di appartenenza giovanile assenti da decenni nella nostra società. Dialogare con questo universo significa focalizzare lo sguardo su un immaginario collettivo particolarmente radicato ed esteso, ma anche risalire dalla dimensione del gruppo a quella del singolo, per far emergere bisogni, motivazioni, contraddizioni, aspettative e aspirazioni individuali.

Il testo drammaturgico in buona parte costruito sulla rielaborazione delle testimonianze degli ultrà della Curva Nord non propone semplicemente il racconto del come e del perché si è ultrà, ma espone una più estesa riflessione sul senso dell'essere ventenni nella nostra società e sulla perdita del "qualcosa di più grande in cui essere contenuto"; una riflessione che non termina con una rassicurante presa di distanza dalla violenza o con l'assicurazione che "si reagisce solo se provocati", quanto con la convinzione che la violenza è una situazione che affiora a volte nella vita ultrà solo perché è una pratica fondante del nostro vivere quotidiano, e lo permea a tutti i livelli.

A livello formale questa rielaborazione del testo ha sviluppato in senso radicale i presupposti ritmici presenti nel testo originario (dove strutturale era la mancanza di punteggiatura), originando un "monologo" selvaggio costruito su un metro che poggia su una regolarità continuamente violata. Questa scelta ha creato i presupposti per l'inserimento nella messa in scena di un vero e proprio strumento musicale: una batteria, suonata dal vivo con lo scopo di proporre sottolineature, discrepanze e contrasti con le azioni fisiche, verbali e sonori che l'attore effettua nello spazio, avvalendosi in modo esteso di uno strumento microfonico.

L'inserimento della batteria ha così spinto la messa in scena verso uno spazio concepito come quello di un concerto rock e suddiviso su due livelli: la zona del proscenio dove agisce l'attore, la zona restrostante dove si eleva la batteria, incorniciata ai lati da due "totem" di colore rosso dove sono state tracciate in cirillico (l'iconografia del socialismo reale è il riferimento culturale principale per i gruppi ultrà livornesi") le parole chiave dello spettacolo: jàrost' (furia); potjèrj (perdita).



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UFFICIO STAMPA
Carla Romana Antolini
Tel. 06 5084625
Mob. 347 6708856

domenica 5 aprile 2009

BLUES DEI SENZA NOME (recensione)

Accento Teatro presenta
Dal 2 al 10 aprile 2009
BLUES DEI SENZA NOME
da un'idea di Bob Salmieri e Daniela Gambino
di Bob Salmieri
con
Daniele Coscarella, Alessandro Mancini, Shara Guandalini
Scenografia Alessandra Ricci
Musiche Bob Salmieri MILAGRO ACUSTICO
Organizzazione Teresa Nervegna
Direttore di scena Diego Vallini
Fonica Monica D'Ottavi

Regia
Pascal la Delfa

DanieleAlessandroShara.jpg picture by ilfoyerCosa può succedere quando due vecchi compagni di scuola si incontrano dopo vent'anni?
Y, grigio ragioniere d'una grigia ditta di pneumatici con un matrimonio fallito alle spalle, offre ospitalità a X, nostalgico pseudo-hippy senza fissa dimora e dalla fantasia sbrigliata, che vive di espedienti più o meno leciti. La seppur temporanea convivenza sarà l'occasione per un tragicomico confronto/conflitto tra queste due vite profondamente diverse ma ugualmente poste ai margini di una società che ci vuole vincenti a tutti i costi.
L'arrivo fra di loro di Carlotta, un'assistente sociale idealista, romantica e un po' bislacca, sarà l'elemento detonatore di questa bomba esistenziale che metterà a nudo le debolezze e i fallimenti dei due uomini che cercano, ognuno a proprio modo, di darsi una facciata di normale dignità.
In
Blues dei senza nome i sentimenti si alternano rapidi e contrastanti.
Il rassegnato e indifferente cinismo di Y, il miope e superficiale idealismo di Carlotta e la girandola di fantasiose bugie di X, emergenti dai dialoghi sempre in bilico tra il comico e il serioso, rivelano impietosamente la miseria di individui irrisolti ed immaturi strappando, al pubblico, risate dal gusto dolceamaro.
Un doveroso plauso va ad Alessandra Ricci per la graziosa e funzionale scenografia e a Bob Salmieri autore del testo e del bel commento musicale.
Il cast, simpatico e convincente, diretto da Pascal la Delfa, è composto da Alessandro Mancini, Daniele Coscarella e Shara Guandalini, bravi e giovani attori da tempo impegnati, tra l'altro, in iniziative a favore dell'associazione di Clown Dottori Magicaburla Onlus cui sarà devoluto parte dell'incasso (ragione in più per andare a vedere lo spettacolo).

Blues dei senza nome sarà in scena fino al 10 aprile, all'Accento Teatro, un piccolo ma versatile spazio indipendente, nato nel 2005 nel cuore di Testaccio ed aperto, fin dai suoi esordi, alla sperimentazione teatrale e ad altre manifestazioni artistiche e culturali come rassegne, concerti, mostre e incontri letterari.
(Ilda Ippoliti)
http://www.youtube.com/watch?v=2r99VqhVNCQ
ACCENTO TEATRO
Via Gustavo Bianchi, 12
00153 - Roma (Testaccio)
Info e prenotazioni:
Tel. 06/57289812
info@accentoteatro.com
www.accentoteatro.com
Ufficio Stampa:
Ida Tricoli 347 7027582
idatricoli@yahoo.it

giovedì 2 aprile 2009

RICETTE D'AMORE (recensione)

TEATRO DE' SERVI
RICETTE D'AMORE
di Cinzia Berni
con
Cinzia Berni, Cristiana Lionello, Chiara Salerno,
Marta Zoffoli, Simon Grechi
Scene
Fabiana De Marco
Costumi
Itala Scandariato

Regia Pippo Cairelli
Ricettedamore.jpg picture by ilfoyerRicette d'Amore: quattro donne alla riscossa, alla faccia del maschio in un tripudio di fornelli.
Giulia (Cristiana Lionello), Susanna (Marta Zoffoli) e Irene (Chiara Salerno) si riuniscono a casa di Silvia (Cinzia Berni) per preparare l'esame del corso di cucina che stanno frequentando e, nonostante la differenza d'età e di carattere, tra una salsa e un dolcetto, diventano amiche.
Silvia, ha gettato alle ortiche un buon matrimonio per una passione passeggera, Giulia è una donna emancipata e disillusa, sposata ma con una sfilza di amanti, Irene è una moglie fedele ma più per abitudine che per reale convinzione, Susanna, ragazza semplice e attaccata alla famiglia sta per sposare un insopportabile e insensibile uomo in carriera.
La riunione culinaria si accende di piccante quando alla porta bussa Luca (Simon Grechi al suo debutto teatrale), uno splendido ragazzo, nudo e coperto solo da un asciugamano intorno alla vita.
Le quattro donne folgorate dalla sua avvenenza, inizieranno, l'una all'insaputa dell'altra, una relazione con lui, fino a quando l'inganno non verrà scoperto e la loro "vendetta culinaria" non si sarà compiuta.
Ricette d'amore è una commedia spiritosa che fa ridere e, al tempo stesso, riflettere. La differenza tra uomo e donna c'è, ma non si vede, oppure non c'è ma si fa finta che ci sia? I tempi cambiano, forse, ma il cuore delle donne no e Irene, moglie da sempre fedelissima, si lascia sedurre perché trascurata, Silvia, piena di rimpianti, vive il nuovo amore sportivamente e alla giornata ma con l'intimo e inconfessato desiderio che sia duraturo, Susanna sceglie chi la fa sentire libera e accettata per quello che è, Giulia, campionessa di disincanto, aggiunge un altro nome alla lista degli amanti di cui non ricorda nemmeno il nome perché tanto, nulla è per sempre, figuriamoci l'amore.
Questa bella commedia sulle donne, scritta da Cinzia Berni, brilla per piacevolezza e grande senso dell'humour. Persino gli inevitabili luoghi comuni – che poi sono detti comuni proprio perché rispecchiano la realtà – sono abilmente orchestrati e le battute, serrate, argute, irresistibili ed esilaranti, fanno di questa pièce un piccolo capolavoro.
Il cast è di tutto rispetto, la recitazione impeccabile, così come la caratterizzazione dei personaggi, i ritmi frizzanti, la scenografia vivace ed elegante. Uno spettacolo delizioso, insomma, da non perdere.

Piccola nota: lo spettacolo è sponsorizzato da due aziende, una di arte culinaria che fornisce al pubblico anche un depliant con le ricette delle pietanze descritte e presenti in scena, e l'altra di gioielli dal nuovo design.
Le istituzioni tagliano i fondi alla cultura e al teatro? E il teatro si adegua.
Lo spettatore, rassegnato ed ormai assuefatto all'inarrestabile e onnipresente bombardamento pubblicitario, comprende ed accetta sebbene con qualche perplessità. D'altra parte i tempi cambiano. Lasciano morire il teatro? Chi l'avrebbe mai detto... una rèclame lo salverà.
(Ilda Ippoliti)

Teatro de' Servi
Via del Mortaro, 22 - Roma
Info: 066795130
www.teatroservi.it


mercoledì 1 aprile 2009

FONDERIA DELLE ARTI: "RICREAZIONE" CON FEDERICA FESTA- TUTTI I VENERDI' DI APRILE E MAGGIO ORE 21,15

Invito alla Stampa

Fonderia delle Arti

presenta

RICREAZIONE!

In Terza B con la prof. di lettere di Maria Stella Gelmini

spettacolo comico-satirico scritto e interpretato da

Federica Festa

Supervisione di Rocco Ciarmoli

Voce preside di Eugenio Masciari

Tutti i venerdì alle 21,15

Fonderia delle Arti via Assisi 31 - Roma

(Roma -26/03/2009) - Dopo il successo ottenuto con le prime tre repliche, Federica Festa tornerà alla Fonderia delle Arti nei mesi di aprile e maggio, come ospite fisso tutti i venerdì, a partire dal 3 Aprile con l'esclusione del 10 aprile e del 1 maggio. L'attrice, giunta al quarto anno di repliche, interpreterà di nuovo la prof. Spinelli. Piccoli aggiustamenti e attualizzazioni impreziosiscono ogni anno questo felice quadretto della scuola italiana e del suo tentativo di rinnovamento. Protagonista quest'anno è Maria Stella Gelmini, allieva della Spinelli nell'88 a Desenzano, attuale Ministro dell'istruzione, ma con un passato che scopriremo inoperoso. Suona la campanella. Gli spettatori-studenti entrano in sala e si trovano in un' aula scolastica in tutto e per tutto: per ognuno di loro un banco verde e una sedia li aspetta. In cattedra la prof. Spinelli, buffa e severa insegnante di lettere, precaria da ventidue anni e ormai stanca di aspettare una cattedra che non arriva mai. La troviamo addormentata sui temi di italiano da correggere, ma la campanella anche questa volta la sveglia e inizia la sua ora di lezione, in terza B. Appello, giustificazioni, spiegazione del Manzoni, consegna compiti e interrogazioni a tappeto proprio come tante altre mattine, ma qualcosa rende quel giorno unico. Il bidello consegna una circolare di sospensione dall'incarico per la prof Spinelli, per inadeguatezza professionale. La nostra prof, metafora di una scuola in cui i presidi chiedono agli allievi di connettersi ad internet perché non sanno farlo, ha vissuto per anni tra luci al neon, graduatorie, antologie e sedie che rompono le calze. Ha difeso il crocifisso nelle aule come simbolo dei valori della nostra società, della solidarietà. E ora quella stessa scuola la mette alla porta. Di fronte ai suoi studenti la sua austerità si scioglie, e la prof si ritrova a interrogarli ancora una volta, ma non sul Manzoni, ma sulla scuola che vorranno. In compagnia di una prof antiquata e severa, ma buffa e maldestra, appassionata di poesia, di coccoina, e dell'epoca della Restaurazione, si compie un viaggio divertente in una terza B di oggi. Facendo finta di star in una classe, si vive insieme la difficoltà di una scuola che chiede a forza di occupazioni, scioperi dei precari e assenze ingiustificate un rinnovamento e un adeguamento, nei programmi e nell'offerta formativa, alla società civile. Lo spettacolo è valso alla sua protagonista il premio "Vittorio Mezzogiorno" come miglior attrice emergente. Il personaggio della prof. Spinelli è stato a Radio2, a Ottovolante live ed è stato ospite fisso della trasmissione radiofonica Homepage, su Radio Centro Suono. Inoltre è andato in scena in molte piazze, alla Rassegna comica curata da Serena Dandini presso la Festa dell'Unità di Roma e alla Rassegna di "Teatro dello spettatore" a Rovigo a cura del Teatro del Lemming.

Ingresso: € 10,00 + € 2,00 di tessera associativa.

Prenotazione obbligatoria ai numeri: 06 7842112 / 334 9182821

Ufficio Stampa

Maria Luisa Catalano – 067842112 ufficiostampa@fonderiadellearti.com


martedì 31 marzo 2009

NIETZSCH- SPETTACOLO TEATRALE

UNITRE TEATRO - SALA ARIBERTO

Via Daniele Crespi 9 – MILANO

(MM2 S. Agostino, tram 2-14)

Venerdi 3 e Sabato 4 Aprile 2009 h 20.45

La Compagnia di Proteo

presenta

"Nietzsche"

scritto e diretto da Ferruccio Masci

Così mi son detto: "Nano, o tu o io" ed ho ascoltato il mio riso!

Una volta sputata lontana la testa del serpente, il resto è venuto da sé.


Ecco la sorgente di questo lavoro teatrale,il coraggio di mettere in scena un metatempo esistenziale nel quale Nietzsche, la sorella - Lou (il femminile), un amico – un musicista (il maschile) che lo hanno conosciuto, recitano la gioiosa tragedia della sua vita.

Una vita che è un viaggio filosofico e antropologico teso ad un dionisiaco si alla vita, lacerato dall'incapacità di un volo verso il super-uomo al quale si stava sussurrando la via.

Tre soli attori che si muovono, sognano e vivono in un non luogo aldilà del tempo per ridare voce al genio inquietante del filosofo più amato ed odiato dell'occidente.

Il testo si presta per una collaborazione didattica gestibile anche in collaborazione con docenti e gruppi di studenti


Nel corso della manifestazione saranno proiettati i video vincitori ex aequo realizzati dagli studenti del Liceo Artistico Lucio Fontana di Arese e del Liceo Scientifico Ettore Maiorana di Rho


Giuria video:

Dr. Katia Galimberti, scrittrice e filosofa

Dr. Paolo Jachia, critico letterario, docente di semiotica, semioticadelel arti e forme della canzone d'arte /o università degli Studi di Pavia

Dr. Gabriella Pozzetto, docente di semiotica dello spettacolo c/o università Piemonte Orientale e critica cinematografica


ed esposte opere degli artisti:


Nadia Ginelli ,Claudia Abrugiati, Valentina Caruso,

Stefano Forte


Intero: 10 € Ridotto: 8 € web: www.unitremilano.com http://compagniadiproteo.spaces.live.com/; www.ferrucciomasci.com
e-mail: segreteria@unitre.com; compagniadiproteo@hotmail.com; Tel 02 6081800




WORKSHOP CLOWN-DOTTORE 18-19 Aprile-ACCADEMIA COMICO ROMA CORSI TEATRO

18-19 Novembre
Workshop Clown-Dottore
docente
Maurizio Favi

Ridere “fa buon sangue” come dicevano i nostri nonni?
Molto di più, può essere uno strumento efficacissimo nel processo di guarigione da una malattia perchè,
come è ormai dimostrato dagli studi medici più innovativi ed avanzati,
ha un effetto straordinariamente positivo per il nostro sistema immunitario.
Ed ecco perché dalla fine degli anni ‘70, a partire dal famoso Patch Adams,
la Comicoterapia è diventata un importante metodo di cura negli ospedali
e i professionisti della risata indossano camici, stetoscopi e quant'altro possa essere utile per trasformarsi in Clown-Dottori.
Ognuno deve trovare la propria personale “via” per diventare un Clown in Corsia:
deve imparare a tirare fuori il suo Clown, arricchirlo di tecniche e conoscenze, truccarlo e vestirlo,
ma soprattutto incoraggiarlo nella certezza dell'utilità del ruolo.
Ci vuole forza, pazienza, positivita' ed amore per far sì che avvenga lo "scambio"tra Clown-Dottore e Malato.
Il Clown del circo cammina dieci centimetri staccato da terra, il Clown-Dottore…
vola da una stanza all'altra, da un letto all'altro, ovunque c'e' qualcuno che soffre, un bambino in difficolta' o due genitori prostrati da far sorridere.

per info ed iscrizioni
Accademia del Comico Roma
direzione Max & Francesco Morini
3471222239
www.morinibros.it

venerdì 27 marzo 2009

TEATRO CREBERG BERGAMO: La Bella Utopia


25 aprile 2009 ore 21.00

TEATRO CREBERG DI BERGAMO

Promo Music

presenta

festa della liberazione con

La bella utopia

Lavoratori di tutto il mondo ridete

uno spettacolo di Moni Ovadia

con

Moni Ovadia, Lee Colbert, Maxim Shamkov

e la Moni Ovadia Stage Orchestra

Luca Garlaschelli, contrabbasso; Janos Hasur, violino;

Massimo Marcer, tromba; Albert Mihai, fisarmonica;

Vincenzo Pasquariello, pianoforte; Paolo Rocca, clarinetto;

Emilio Vallorani, flauti e percussioni

scene e costumi: Elisa Savi

luci: Fabio Menozzi

suono: Mauro Pagiaro

concept video : Elisa Savi

elaborazioni video: Andrea Bocca

contributi grafici: Paola Savi

assistente realizzazione video Paolo Ceretto

tecnico video: Marco Amato

aiuto fonico: Paolo Marani

direzione di scena: Ettore Melani

assistente alla regia: Laura Rossi

direzione musicale: Emilio Vallorani

arrangiamenti: Colbert, Rocca, Vallorani, Pasquariello

coreografie: Maxim Shamkov

PRESENTA ALLA CASSA DEL BOTTEGHINO l'EMAIL E AVRAI IL PREZZO SPECIALE DI' EURO 16,50

Creberg Teatro Bergamo:

Via Pizzo della Presolana – Bergamo - Tel. 035 34.32.51

http://www.crebergteatro.it

Biglietteria Teatro:

· da mar. a sab. dalle ore 11.00 alle ore 18.00

· e dom. dalle 11.00 alle 13.00



RIVELAZIONE E RIVOLUZIONE

L'umorismo nell'utopia

Recensione al libro di Moni Ovadia, La Bella Utopia. Lavoratori di tutto il mondo ridete, Einaudi, Torino 2007



di LAURA TUSSI



"Utopia" è il termine che sottende la negazione di un'ubilocazione, di un dove concreto nel crollo delle ideologie, in quanto in "nessun luogo" si è realizzato il vangelo di Marx nel corso della historia universale. Una fede profonda nell'ironia delle "storielle" che riecheggia con esilarante sagacia, in un tripudio umoristico declinato in frizzi, lazzi, motti e citazioni sul Regime. Le storielle ebraiche traggono origine dall'ermeneutica talmudica in una weltanschauung umanistica dove l'utopia smarrisce i propri sogni e le promesse, tanto da non riconoscere le esacerbate finzioni delatorie del dispotismo di regime. Il significato dell'utopia è l'instaurazione di una società ideale di libertà, fratellanza, giustizia e uguaglianza. L'uomo è complesso nella potenzialità della realizzazione di alti ideali con i valori della negazione di prevaricazione sul proprio simile, della giustizia sociale, dell'altruismo, dell'accettazione dell'altro e del diverso, dell'amore, della solidarietà, sentimenti non scontati nelle relazioni fra individui. Dunque non è lecito considerarli irrealizzabili e utopici nei rapporti fra soggetto e collettività. "Neanche l'URSS fu l'impero del male", ma una federazione di repubbliche dell'epoca staliniana sotto l'egida di un totalitarismo perfetto, con tristissime note di drammaticità e terrore. La storia non è finita e la società socialista dovrà ancora realizzarsi nella libertà e nella democrazia, in un'utopia verificabile e immanente non riscontrabile in "nessun luogo", ma che pervaderà l'intera globalità collettiva della società mondiale all'insegna del comunismo in un umanitarismo sociale che si contrapporrà ai simulacri del bieco capitalismo e delle dittature del novecento. Ogni rivelazione si tradurrà in rivoluzione rigenerante e rifondatrice di topofanie (rivelazioni di luoghi della memoria) contrapposte alle utopie, dove ogni manifestazione dei luoghi di benessere sociale e civile è realizzazione di società solidali e umanistiche, quali luoghi di glocalizzazione in un'olotopia, una nuova globalizzazione mondiale all'insegna di ideali e valori umanistici e umanitari, dove le rivelazioni del "bene sommo" trionferanno sui ciarpami di sistemi politici esacerbati in dispotismi conservatori. Le storielle dell'umorismo ebraico svelano con l'ironia le ottusità del regime dittatoriale del periodo staliniano, facendo crollare tabù e pregiudizi di un periodo oscurantista tramite l'umorismo ironico che fa partorire i fantasmi dalla mente di un sistema destinato al collasso, in plurime e poliedriche catarsi ermeneutiche di significato ironico sul senso dell'esistere.



LAURA TUSSI





INTERVISTA CON MONI OVADIA.

Uomo di teatro e di grande cultura, ricercatore ed abile, poliedrico interprete di un'antica tradizione, politicamente impegnato per "un'utopia realizzabile"

Il "saltimbanco" teatrante dell'identità culturale e popolare Yddish ebraica.



L'impegno politico alla luce di una profonda, costruttiva e lucida critica marxista nella "lotta" di rivendicazione per le pari dignità sociali…

In Italia, per una cultura delle memorie di ieri e pluriappartenenze di oggi.

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di LAURA TUSSI



Una piacevole discussione ed animata conversazione con Moni Ovadia, uomo di teatro e di immensa cultura, ricercatore ed abile, poliedrico interprete di una tradizione antica proveniente dai tempi più remoti dei primordi dell'umanità: l'identità culturale Yddish. Ovadia uomo d'estro e d'ingegno, politicamente impegnato sul fronte del mondo in fermento dei sindacati per le tutele dei lavoratori e delle rivendicazioni per diritti dei "più deboli", nell'impegno culturale militante delle pari dignità sociali, per la fratellanza universale tra uomini…nella militanza "senza armi", disarmante degli strapoteri, finalizzata ad un'utopia realizzabile, sociale comunista e socialista con risvolti comunitari e democratici de facto…



Il Suo parere circa "Il Calendario del Popolo", rivista che compie più di 60 anni, nasce dal movimento della Resistenza antifascista e si è sempre proposta come uno strumento culturale di avvicinamento tra una divaricazione popolare, sorta nel dopoguerra, più accentuata rispetto agli schemi attuali, tra una "cultura alta", "d'elite" e "bassa"; Rivista che veniva letta sia dal bracciante, operaio, contadino, che dal docente universitario;

Rivista pensata e fondata da un intellettuale, l'avvocato Trevisani, e via via da altri importanti esponenti della cultura italiana…

A Suo parere quale atteggiamento dovrebbero impostare oggi gli intellettuali nei confronti della Nostra Rivista?

Cosa ne pensa di questa attiva funzione divulgativa di area e cultura marxista o comunque di Sinistra, attualmente? Oggi che viviamo direttamente, ossessivamente in modo impellente il "revanchismo" delle Destre?



Il linguaggio e le modalità d'approccio della Sinistra al problema della memoria storica ed alla tematica relativa ad una cultura da poter diffondere e mantenere viva, fervida, militante, una relazione culturale tra la Sinistra ed i suoi interlocutori, anche intellettuali, risulta molto difficile perché implica una questione di codici interpretativi, canoni, schemi e linguaggi comunicativi, che parte da una constatazione la quale occorre sia radicale per trovare uno sviluppo, una funzione effettiva, attuale, militante.

Noi siamo stati sconfitti. Una sconfitta epocale. Abbiamo perso la guerra, non una battaglia.

Se non si acquisisce una radicalità di tale consapevolezza, risulterà difficile assumere un ruolo.

Mentre quando "Il Calendario del Popolo" nasce, si assiste ad un enorme, immane coinvolgimento delle masse nella cultura anticapitalista, il Partito Comunista era fortissimo, profondamente radicato nel substrato popolare. Attualmente i partiti della Sinistra stanno sempre più perdendo il rapporto, il radicamento con le masse, la relazione schietta, genuina con il popolo, con le classi sociali che dovrebbero ancora riconoscerlo, rivalutarlo, essergli riconoscenti, recuperarne i valori civili, sociali, culturali… Oggi le masse si sono profondamente trasformate.

Assistiamo ad una progressiva diminuzione delle classi lavoratrici operaie e contadine, a favore di impiegati del terziario. Si assiste ad una falsa, finta, ipocrita imprenditorializzazione del ceto basso, perché tutti aspirano a diventare piccoli imprenditori e poi ingrandirsi e poi arricchirsi voracemente. Naturalmente a loro insaputa verranno sfruttati, però in forme nuove. Questa diversa, mutata condizione produrrà un ulteriore tipo di risposta culturale allo sfruttamento. Se non sapremo anticiparla ed esserne interpreti innovativi, ci troveremo arretrati, sorpassati, obsoleti, con vecchie categorie inette, non inserite. La classe operaia è ancora consistente, ma è in via di progressiva diminuzione (è un fenomeno inarrestabile), sostituita dalla manodopera extracomunitaria, che però utilizza altri linguaggi e mezzi, perché non sono i discendenti della classe operaia italiana ed europea che ha avuto rapporti diretti con la cultura comunista e marxista. La cultura marxista, comunista o comunque di sinistra non è stata strutturata dalla classe operaia, perché si è optato molto più per gli slogan e le ideologie che per la profondità dei concetti e dei valori: significa automaticamente democratizzazione.

Quando si deve strutturare il partito, con una democrazia ed una consapevolezza, si acquisiscono maggiori spinte critiche. Probabilmente il Partito Comunista è stato democratico, ma anche con forti rigidità dirigenziali al suo interno. I risultati li ritroviamo oggi nei DS, un partito che stenta a trovare un'identità. D'altro lato la Sinistra radicale (Rifondazione Comunista) rappresenta il 5% dell'elettorato e non sa risolvere, non sa crescere a seconda delle spinte di protesta.

Siamo diventati solo nostalgici.

"Il piano che Marx definisce pratico sensibile nelle Tesi su Feuerbach del 1845: "I Comunisti non devono avere paura delle conseguenze a cui li portano le loro critiche". Il depotenziamento di Marx riguardo l'appendice storica del filosofo di Treviri e del suo amico Engels…Infatti la messa in pratica storica, cioè pratico/sensibile del pensiero di Marx…"[1] "…è che la rivoluzione Russa del 1917 fu, nei fatti, il trionfo della politica sull'economia. E tutta la costruzione del comunismo fu fondata sulla politica, nella forma estremamente concentrata della dittatura"[2]

Occorre essere duri con noi stessi. Perché siamo stati impreparati di fronte al fenomeno Berlusconi? Perché non abbiamo saputo interpretare fenomeni e mutamenti così impellenti ed impetuosi. La prima reazione della sinistra radicale con le innovazioni tecnologiche è quella di demonizzarle, perché sono gli sviluppi delle forze produttive capitalistiche e di trasformazioni sovrastrutturali. La sinistra marxista sta guardando indietro e non avanti….sempre in termini provocatori. La socialdemocrazia europea corre dietro allo sviluppo capitalista, non lo anticipa, anche se forse si tratta di un capitalismo meno agglomerato, agglutinato, più portato verso una distribuzione equa tra le masse: questa è la grande novità!

Baudrillard[3], critico di Marx, sostiene che il grande filosofo costruisce la sua teoria su un fondamento: il rapporto tra valore d'uso e di scambio. Tale rapporto nelle società avanzate risulta completamente saltato, non ha più senso.

Attualmente viviamo una totale ipertrofia dei meccanismi economici che sono entrati in una specie di iperspazio autoreferenziale, avendo una loro realtà che si muove su fatti, su eventi. "Naturalmente questi meccanismi di contenimento sociale non raggiungono un controllo totale e completo…pensare ad un cambiamento radicale delle relazioni produttive o a una forma di associazione umana differente viene considerato sorpassato. Su queste macerie è sorta la società più o meno inventata del Villaggio Globale…"[4] della "società ad una dimensione", dell'omologazione globalizzante, della new economy.

Il capitalismo ha esteso se stesso come una metastasi a vasti strati della popolazione, per cui tutti viaggiano con i listini di borsa, perché tutti vogliono il bene materiale immediato su questa terra. In Cina: "Ipercapitalismo Comunista"! chi poteva prevedere tali fenomeni?

Il capitalismo è ancora rigoglioso. Forse è proprio la natura umana che Marx voleva risolvere: il grande limite/ostacolo di Marx.

Marx era figlio dello spirito della Rivoluzione francese e dell'ideale rousseauniano: vale a dire l'uomo è buono e la società lo corrompe. Nei "Manoscritti economico filosofici"[5] del 1844 si esprime la genialità del filosofo. Stabilì nell'alienazione del lavoro la contraddizione centrale del sistema capitalistico. I capisaldi della sua teoria: la lotta all'alienazione, la vera liberazione dell'uomo, l'eguaglianza dei diritti.

L'uomo è un progetto aperto, né buono, né cattivo, ma fragile, debole, disorientato, spaventato, perché è la paura che porta ad aumentare i beni materiali che proteggono l'individuo. Quindi il capitalismo fordiano ha trovato un meccanismo geniale: l'uomo di sinistra crede nella giustizia sociale, ma nel frattempo cerca di ottenere il massimo benessere possibile. Il capitalismo fordista sostiene "tu operaio lavori per me capitalista ed il ricavato ritorna su tutti" e non vi è dubbio che il benessere materiale si sia esteso a ceti della popolazione molto più vasti, anche se limitatamente alle società avanzate. Però anche Paesi come la Cina e l'India stanno entrando in questo ambito, pur con ampie sacche di povertà, con cui il capitalismo si garantisce un presupposto inespugnabile: l'importante è che il numero di quelli che "stanno bene" o che hanno di tali aspettative nel sistema vigente sia sufficientemente esiguo da non creare elementi di destabilizzazione del sistema.

Attualmente una Rivista come "Il Calendario del popolo" che voglia stare e sopravvivere entro una determinata linea di demarcazione politica deve avere una continuità nella sua discendenza marxista che si esplichi in studi, ricerche e relazioni con la storia e la memoria passata del popolo , delle genti, ma soprattutto deve capire anche che i fenomeni sociali e di conseguenza politici, sono di natura nuova ed imprevedibile. Il Capitalismo ha letto Marx ed è cinico per questo,; ha funzionato magnificamente perché conosce a fondo la natura umana, partorito dalla stessa: l'uomo ideale non esiste; la coscienza di classe ha funzionato in un'epoca precisa sulla base di coordinate socio esistenziali di un certo tipo. "Avere le idee giuste" non significa che siano praticabili se non si raccoglie un vasto consenso, perché questa democrazia è marcia, artefatta, prevalentemente formale e non sostanziale, concede a poche persone mezzi spaventosi di alto potere mediatico, comunicativo per ottenere un senso comune, a scapito della reminescenza storica collettiva, un ampio consenso, per cancellare le memorie di vita, della Storia... e milioni di individui risultano esclusi dalla possibilità di esprimersi con le loro idee, di perpetuare la memoria popolare. Ma non solo, tale sistema è basato su un risicato margine di consenso o su leggi che servono alla governabilità, ma non sono addirittura democratiche, come il metodo maggioritario., che ha permesso al liberismo economico, in odore di fascismo, tipicamente berlusconiano, di governare. Tuttavia non abbiamo trovato di meglio a questo simulacro di democrazia, anche se ci abbiamo provato noi marxisti con la Russia Leninista. Lo stalinismo è stato un sistema dittatoriale efferato proteso all'epurazione dei dissidenti, dagli alti gerarchi ai contadini nullatenenti: non ha funzionato è stata la catastrofe distorta dell'applicazione aberrante delle tesi e teorie marxiste, in un miserrimo tentativo di collettivizzazione agricola e della forza lavoro che si concluse con l'eccidio dei Gulag. Lo stalinismo è stata l'ultima forma di zarismo delle grandi Russie come sosteneva Trockij. Una provocazione: Stalin, il dio imbalsamato nel mausoleo di Lenin…file di chilometri di comunisti in pellegrinaggio verso l'uomo imbalsamato, una bambola di cera. L'iconografia idolatrica è semplicemente una perversione del cristianesimo. Occorre sempre un Dio e naturalmente Stalin è il suo profeta, cioè il Papa, sempre in chiave perversa e provocatoria. Chi non è d'accordo con il sistema: a morte! Perché non è un avversario con cui discutere in termini dialettici di raziocinio, bandito dalla dittatura, ma un nemico ontologico, un antagonista del dio in terra. Il "Cesarismo Bizantino" si è manifestato nell'iconoclastia, così lo "Zarismo Staliniano" ha cancellato tutti gli avversari di Stalin, l'uomo di ferro, dalle fotografie, in un segno dei tempi impressionante, compeso Trockij, capo dell'Armata Rossa, il numero due della Rivoluzione d'ottobre, cancellato, eliminato dalle fotografie come altri alti burocrati, gerarchi, tra cui Kamenev e Zimon'ev. Stalin ha ammazzato i comunisti, ha epurato tutto il partito della rivoluzione con le deportazioni di massa, il lavoro schiavistico delle grandi opere. Lisenko ha distrutto la genetica sovietica, inventando la teoria marxista leninista della natura sulla base di un cattivo libro di Engels. Allora tutti i genetisti mendelliani sono finiti nei Gulag e Lisenko per venti anni ha bloccato la genetica sovietica. Occorreva e volevano una verità unica, inoppugnabile, inconfutabile. Ma perché non lasciare le diversità, le differenze di pensiero a misurarne i risultati a confronto reciproco? Invece tutto ciò che era sospetto di borghese fu combattuto, manu militari! Questo sistema cosa ha a che vedere con la teoria marxista dello stato? Che è una scienza critica, postulata, appunto da Marx come stato possibile. Naturalmente Stalin era un uomo del suo tempo, quindi la forma di zarismo da lui scelta fu anche geniale per molti aspetti, ma di fatto, tutta l'idolatria di partito, in un'ipotesi provocatoria, (N.d.a,), indica comunque che il sistema non era prettamente zarista, ma le sue radici innegabili, vizio intrinseco di una mente perversa protesa alla bramosia smaniosa, nel delirio perverso della sete di potere. "Cesarismo Bizantino" è l'occidente d'oriente… e l'occidente prende la sua strada, compie bancarotta fraudolenta con il nazismo evoluto dalla cultura occidentale a cui tutte le borghesie plaudono…all'"imbianchino austriaco", finchè l'opposizione capisce la sua follia omicida contro l'umanità intera nelle sue diversità intrinseche. Per questo Von Tussen, capo delle Acciaierie Riunite, grande industriale tedesco, fugge e scrive nel '39 un opuscolo (che bisognerebbe regalare a tutti i revisionisti), che si intitola "Ho pagato Hitler" con la nomenklatura dell'alta borghesia tedesca e di grandi industriali, comprese le gerarchie ecclesiastiche ecc… sostenendo poi che non si peritavano di sfruttare lavoro schiavistico. Questo è l'occidente la cui bancarotta è totale in versione Est ed Ovest.

Allora, tornando a Noi, il nostro compito è capire che abbiamo perso la guerra e di tenere fermi alcuni punti capisaldi che sono le idealità, perché le ideologie sono morte ed è bene, sono un'idolatria, mortifere, non si fanno criticare, confutare, mettere in discussione…questa è la convinzione più spaventosa della deriva stalinista. Non esiste più spazio per la discussione, per il confronto, per le diversità, le differenti categorie, come in ogni dittatura militare. Il crimine principale di Stalin è l'unanimismo. Cosa impollina una scienza, una idealità? La continua discussione, il confronto, il fermento delle idee,l'accrescimento delle facoltà cognitive, del processo mentale, di pensiero dell'ideazione, della progettualità.

Occorre tenere ferme le direttrici etiche della propria posizione e riprendere fino alle estreme conseguenze la natura critica del marxismo. Quindi se apparati concettuali o paradigmi di indagine economica sono superati, occorre superare, elaborare il "lutto", la rielaborazione, il superamento storico che rientra nella natura dell'uomo, delle dinamiche epocali, storiche dell'evoluzione umana.

Quindi i valori rimangono inalterati, ma le modalità per metterli in pratica, per raggiungerli, cambiano, sono sottoposte alle trasformazioni storico/strutturali. Se non ritroviamo il piano delle emozioni, delle passioni, del coinvolgimento forte anche del sentimento, che si prova, si costruisce con la consapevolezza che le "radici" non sono un feticcio, ma un valore. Il patrimonio emozionale delle proprie "radici" culturali, storiche, etico-civili, non va interrotto, perché la grande lotta per le libertà dell'uomo è cominciata con Mosè nel deserto ed Abramo che spezza gli idoli.

Allora LA RADICE, la matrice, va tenuta ferma, salda, non bisogna farsi spaventare dagli impellenti revisionismi di sorta. Il revisionismo è un'ideologia politica che mira a riabilitare una classe di potere efferata e senza scrupoli come la borghesia contemporanea, la classe alta del '900, italiana e di altri Paesi che non deve insegnare ai comunisti, alle persone di sinistra: borghesia senza scrupoli, colonialista, imperialista, sciovinista, efferata, che non ha avuto paura di servirsi dei fascismi, delle dittature di qualsiasi colorazione, che ha alimentato e mantenuto e continua ad alimentare e mantenere regimi totalitari, autoritari, dittatoriali, che hanno sfruttato lavoro schiavistico a livelli di aberrazione umana brutale, hanno sostenuto Hitler, fino al colonialismo americano che ha mantenuto tutti i regimi totalitari del mondo intero.

Dunque abbiamo bisogno di rimemorare, recuperare il passato, ricordare la storia, di ritrovare le radici profonde dell'uomo, il vero senso del suo esistere: la santità, l'integrità morale, il diritto alla libertà, alla sua pari dignità, perché uguaglianza significa "pari dignità ed equità di diritti" di tutti gli esseri umani davanti al diritto, alla legge, di fronte alla vita, alle proprie esigenze vitali.

La funzione di un a Rivista come "Il Calendario del Popolo", che deve fare da ponte tra una immensa tradizione portatrice di retaggi valoriali da non disperdere, non svendere, ma anche una sfida enorme: ritornare a far "sognare" , continuare ad "animare" gli esseri umani, tramite il linguaggio delle emozioni, perché capaci di realizzazioni sublimi. La gente non vive solo di "cose concrete", ma anche di emozioni, del sogno che si riflette nell'utopia di un mondo migliore, attuabile con la relazione tra le persone capaci di amare, vivere, emozionarsi, sognare, desiderare…andare oltre. Oggi il linguaggio della sinistra da un lato è quello della governabilità e del risanamento del bilancio pubblico: argomenti ineccepibili, ma che non fanno sognare gli uomini. Infatti, così, la gente ha bevuto le panzane del liberismo populista e sottilmente demagogico berlusconiano. Perché da un lato esiste un radicalismo inattuale, magari anche giusto, ma non comunicativo, privo di mediaticità diretta, interattiva, dall'altro lato una battaglia culturale persa, con l'avvento delle televisioni, e la pervasività del pensiero comune e ipertrofico di consumistico evanescente, mezzi spietati, apparentemente innocui che attuano "buildung" primaria, semplicistica, "formazione" elementare ma spietata, sottile velata di demagogia populista che influenza direttamente le masse impreparate, sprovviste, indifese, deboli... E noi di Sinistra non abbiamo saputo veicolare sapientemente, saggiamente tale sistema mediatico pervasivo onnipresente ed onnicomprensivo, avendo reso Marx un feticcio irrigidito, rendendo, nostro malgrado, una "chiesa" la sua scienza critica.



Ha di recente partecipato come ospite ad una trasmissione di RAI Educational, dove comparivano testimonianze di deportati politici italiani, dissidenti al sistema. Qual è la sua opinione nei confronti di tali categorie vittime dello sterminio nazifascista?



La memoria della Shoah appartiene a tutti: esiste uno specifico ebraico ed uno specifico del popolo Rom, le due prime etnie predestinate allo sterminio nazifascista. L'antisemitismo è uno degli elementi portanti dello sterminio nazifascista e quindi ne discutiamo perché così, con l'antisemitismo, l'uomo varca la soglia del "nemico per posizione" ed assume quella predisposizione contro il nemico per definizione, "nemico ontologico", cioè si combatte la nazione altra perché è nemica, così ottengo un pezzo di terra e via dicendo…Questa è l'ostilità per posizione. Nel caso dell'antisemitismo il diverso è il nemico ontologico, per il solo fatto di esserci, di esistere con la sua essenza umana, il suo pensiero altro, la sua ragione altra, la sua idea raziocinante. Questa è proprio una concezione del nazismo senza precedenti in altre forme di dittatura. Gli Ebrei sono portatori di un'idea inaccettabile per qualsiasi tiranno, dittatore: l'uomo possiede un solo padrone, il Padre Eterno, il quale non si vede, non ha immagine, non si può rappresentare e non ha mediatori. Il rabbino non è un prete, non esistono nell'ortoprassi religiosa ebraica forme di gerarchia. Il problema è la portata rivoluzionaria del pensiero ebraico: consiste nel fatto che Abramo fonda l'eguaglianza dell'uomo e lo statuto di essere umano. Il tiranno dittatore despota che pretende diritto di vita e di morte, desidera l'assoluto, decide di essere dio in terra e per questi motivi risulta ovvio che odi profondamente, visceralmente l'ebreo e la sua cultura: è il suo antagonista ontologico naturale….lo è stato nel corso dei millenni…non esiste in una democrazia matura antisemitismo. Stalin è antisemita perché pretende con la violenza il potere, l'assoluto.

Quando Abramo decide contro il volere di Dio di non sacrificare il figlio Isacco, si decide che la vita umana è santa e bandire il sacrificio umano significa passare dalla tribalità alla socialità, in quanto il Padre non è più padrone della vita del figlio, ma deve esserci una consapevolezza etica della vita santa, perché l'esistenza umana è inviolabile, la violenza è ingiusta nella consapevolezza del codice etico ebraico.

La vita del figlio Isacco appartiene alla vita del mondo, come principio etico.

Gli Ebrei concepiscono la vita tutta, in ciascuna delle sue manifestazioni, santa. E' una grande utopia quella di rendere ogni essere umano un "ente alto". Dice l'Eterno :"Sarete santi perché Io sono santo". Tutti i gesti sacri del quotidiano sono la santificazione dell'esistenza, della vita in tutte le sue forme, che portano vicino ad una dimensione divina, dove "il divino" è proprio lo statuto che garantisce all'essere umano un progetto escatologico, un telos (dal greco), un fine, un senso ed un significato dell'esistenza, dell'essere al mondo e per il mondo, l'in sé e per sé, altrimenti la vita si trasforma in una serie asfittica di accadimenti anonimi e meccanici e di mere e brutali lotte per la sopravvivenza. In fondo l'ebraismo scopre, costruisce il senso del vivere, come il buddhismo, il cristianesimo e l'islamismo, le principali religioni monoteiste. Per l'ebraismo tutti i gesti dell'esistenza vanno resi alti, santi e riempiti di senso, di un telos, di un fine che sottragga l'uomo alla pura biomeccanica della sopravvivenza. L'ortoprassi ebraica è un cammino per la costruzione della fratellanza universale e della pari dignità di tutti gli esseri su tutta la terra. Una delle ragioni per cui, personalmente, come ebreo e come uomo di Sinistra attacco il revisionismo è perché il nazismo riguarda l'umanità intera, gli ebrei, i popoli Rom, tutti gli oppositori a qualsiasi "fede" appartenessero politicamente, i testimoni di Geova, ma soprattutto riguarda due categorie, due "popolazioni" trasversali a tutta l'umanità: omosessuali e menomati (portatori di handicap). La memoria della resistenza è purtroppo meno ricordata, ritualizzata rispetto a quella ebraica, ma personalmente non distinguo come tesserato ANPI, l'antifascismo politico comunista e socialista dalla mia condizione di ebreo. E'esistito uno specifico ebraico e negare le specificità significa sostanzialmente omologare ed appiattire le differenze e l'ostilità contro ogni categoria di diversità all'interno del fenomeno concentrazionario. Dal mio ebraismo e dalla radicalità con cui esso propone la libertà dell'uomo nell'ambito della giustizia sociale (come si legge anche nei Profeti) per capire, al fine di comprendere totalmente, a pieno, la concezione del portato del concetto di giustizia sociale, proclamata dal profetismo.

La presenza e militanza ebraica nei movimenti rivoluzionari socialisti, comunisti ed anarchici, come nel comitato centrale della rivoluzione bolscevica e nella direzione ristretta fu di rilievo, rilevante e importante. Ebreo era Trockij, Kamenev, Zimen'ev, persino Lenin era di linea matriarcale, matrilineare, genealogicamente parlando, ebraica.

La presenza ebraica è impressionante nel partito comunista tedesco, come nel partito comunista americano. Il primo partito operaio socialdemocratico di Russia e Polonia è ebraico, che costituirà poi i quadri dirigenti al partito operaio socialdemocratico russo. La questione ebraica è assai complessa anche dal punto di vista della resistenza sia francese che polacca (ecc…) nel momento in cui l'ebraismo si emancipa, esce dai ghetti europei, si nota un'adesione sconcertante di intellettuali ebrei ai movimenti rivoluzionari. Personalmente vengo da quella storia, da quelle radici politiche, di impegno militante. Sono spiritualmente di Sinistra, usando una contraddizione in termini, quasi un ossimoro, perché sono eticamente di Sinistra, come portato ideale, valoriale della mia radice ebraica, bulgara sefardita. Sono convinto che non esista messianesimo ebraico senza giustizia sociale. La povertà in epoca biblica era bandita, eliminata, non ammessa, perchè il povero aveva diritto alla decima del raccolto, non elemosina pietistica, ma diritto legale. Nessuno poteva coltivare un campo senza riservarne una parte al povero, "a colui che non possedeva e non aveva", e per questo, per legge non per pietismo governativo o altoborghese, o generosità pietosa e penosa del ricco commosso da spirito pietistico, ma per diritto scritto, legale e sacro. Non potrò mai disgiungere il valore della Resistenza nazifascista da tutta la vicenda storica, epocale nazista e dalla Shoah, dallo sterminio degli Ebrei. Spesso dico ai miei compagni ebrei "Ricordatevi chi era di fianco a noi quando ci sterminavano, non dimenticatevelo mai…non ti dimenticare che i Berlusconi di allora parteggiavano per i nazifascisti e sfruttavano il lavoro della nostra gente in modo schiavistico ed il loro essere". Naturalmente anche gli Ebrei "si perdono", come tutti gli esseri umani…così qualcuno risponde "ricordati il Gulag" ed io ribadisco che le prime vittime di Stalin sono state gli Ebrei ed i comunisti. Tutta l' Intellighentia, tutti i grandi interpreti del teatro Yddish, tutti in Gulag. Non esiste giustizia sociale e socialismo senza libertà. "La libertà serve al socialismo come l'aria serve all'uomo per respirare", come ha detto un Ministro alla Cultura di Cuba. Ma non ci sarà mai giustizia su questa terra senza una qualche forma di socialismo comunista e naturalmente il mio antifascismo ebraico comprende la memoria indistinta di tutte le vittime dell'antifascismo, dell'antisemitismo, del totalitarismo, oppositori, vittime che siano ebrei, operai, intellettuali ecc…



In diverse facoltà universitarie umanistiche italiane i pedagogisti sperimentano una sorta di tradizione, condivisa a livello culturale, da molto tempo, in rapporto al mondo delle storie di vita, delle geografie spazio/temporali, delle pluriappartenenze dei racconti autobiografici, tramite il metodo educativo della cultura e pedagogia della memoria. Questa tradizione sottesa al filo sublime, impercettibile della memoria, mette in contatto i vari pedagogisti degli atenei italiani, all'insegna di un'attenzione particolare ai temi di sociologia, pedagogia della soggettività e dell'individuo anche nella "resistenza", l'esperienza dell'essere uomo e donna, dinanzi ai processi ed alle dinamiche di formazione, all'interno di una quotidianità d'impegno nel lavoro sociale ed educativo. Autonarrazione, scavo interiore, ricerca in sé, per sé, attraverso l'ascolto di sé tramite l'"altro", autocomprensioni, comprensione circa la propria ed altrui unicità ed individualità, sottratta, tramite la memoria della personale storia di vita, allo sfondo anonimo, piatto, di molti luoghi e progetti comunitari. In base a queste premesse, un parallelo tra la memoria storica individuale e collettiva occidentale e la TOLEDOT (=Storia di generazione in generazione) ebraica….



In Ebraico la Storia è denominata, appunto, TOLEDOT , perché segna il passaggio, la trasmissione, la tradizione, di generazione in generazione, l'unico metodo rilevante ai fini della formazione della Storia vera, quella degli esseri umani e non dei potenti. La Historia, fino a tempi recenti, è stata la Storia dei potenti,di governi, di monarchi, gerarchi, di altisonanti burocrazie e nobiltà prevaricatrici, sfruttatrici e borghesie asservite, di movimenti di pensiero e correnti filosofiche, intellettuali, e lo è ancora adesso. Per questo scegliamo Toledot, il passaggio intergenerazionale, la trasmissione di memoria storica popolare, del "quarto stato", della "plebe", del popolo, vissuta, creata, sperimentata dal popolo, perché da la possibilità alla Historia dei potenti di diventare la Storia delle genti, dei popoli…solo occupandoci, anche a livello didattico ed educativo, anche all'interno delle famiglie, del passaggio intergenerazionale.

La caduta della tensione ideale nei confronti del fenomeno della resistenza è dovuta al nostro errore educativo di padri dei movimenti di rivendicazione dei diritti e di "resistenze", opposizioni, lotte di diritto….Ci siamo arresi. Siamo stati rigidi. Perché noi Ebrei raccontiamo della liberazione dall'Egitto ad ogni Pasqua? I Maestri rispondono : "Perché si sappia che sei stato liberato "TU", non loro…è la tua liberazione che festeggi, attraverso la memoria di quel fatidico evento".

Invece questa trasmissione, il passaggio di consegna, la tradizione della memoria orale e delle fonti anche scritte, dei cimeli, dei documenti, non è stata compiuta, perpetuata con la Resistenza antinazifascista…"Noi quando eravamo sulle montagne del Comasco…." (per esempio) Occorrerebbe raccontare ai giovani "Ricordati che su quelle montagne ci sei "TU", "TU" hai combattuto il nazifascismo come erede di generazioni". Solo con questo valore etico, la "Guerra", la "battaglia", la rendi una Memoria Eterna, sacra.

Quante volte noi Ebrei siamo tornati prigionieri "in Egitto", gli Stati Uniti per molti aspetti sono un Egitto come, anche, addirittura, Israele di questi tempi e oltre…La liberazione dall'Egitto prevede la liberazione di tutta l'umanità. "Tu" non sei libero finchè tutti non sono redenti dalla condizione di asservimento e di schiavitù. Questo è un processo cognitivo di consapevolezza non imposto dall'alto, occorre molta pazienza…questo è il principale errore della Sinistra rivoluzionaria da quando è nata: credere che fosse questione di una generazione. Non bisogna rinunciare all'Utopia, ognuno deve interpretare la propria parte anche per le prossime, le future generazioni, perché facciano la loro e così via…perché il processo di liberazione è all'infinito. Noi abbiamo creduto alla rivoluzione al socialismo per ottenere "tutto subito", che significa "niente e mai". I veri processi evolutivi devono entrare nelle fibre, a livello viscerale, emotivo, sentimentale, nei canoni valoriali, culturali delle generazioni, con la tradizione "di generazione in generazione" come cantavano i partigiani del ghetto di Varsavia, in prevalenza socialisti e comunisti. Cantavano "Il sole del mattino illuminerà l'oggi per Noi e come ieri spariranno le sofferenze e i nemici, ma anche se il sole tardasse e l'alba non sorgesse, il nostro canto si propagherà di generazione in generazione". O noi ci rendiamo consapevoli che non vedremo quell'alba, non tocca a noi, ma forse a nessuno: l'alba è il limite, l'utopia di un domani migliore!

Dobbiamo compiere un lungo processo di impegno culturale ed educativo, formativo, con la consapevolezza delle difficoltà che comporta la militanza politico culturale, per la costruzione della fratellanza universale tra uomini, il valore che attribuisce senso alla vita. Un uomo che non "lotta", che non sottopone la propria esistenza ad un giogo etico che implica rivendicazioni per i più deboli, i diseredati di questo pianeta, è un morto che cammina. La mia lotta è l'impegno politico e culturale contro il liberismo, le ingiuste, espropriazioni e sperequazioni del capitalismo. Mi batto con il popolo di Seattle perché il nostro destino non venga deciso da un pugno di multinazionali superpotenti. Mi batto con i compagni del sindacato FIOM perché non esiste una democrazia se non è garantita la dignità civile sul posto di lavoro, che non deve diventare sfruttamento, emarginazione, sopraffazione e sopruso schiavistico, ma deve tutelare garanzie, con statuto umano, con il diritto per il lavoratore e la lavoratrice di allevare la prole con serenità; quando arrivano a casa devono accudire i propri figli non stanchi come bestie, ma con risorse creative di vita apprese anche dal lavoro praticato, nella dignità, nel benessere, con un impiego che preveda anche le 32 ore perché Noi dobbiamo incrementare la libertà degli esseri umani "liberandone il tempo", il loro tempo creativo, per sé, per i propri figli, per il rapporto con la comunità, con il quartiere, con la città, con il mondo…per realizzare la buildung, la formazione comunitaria, collettiva. Per l'articolazione dei diritti, per l'emancipazione dei sessi, delle donne perché non vengano truffate, scorporando la donna dalla madre nell'ambito lavorativo…

Adorno ha lapidato tutto il resto del nostro '900 , sostenendo che dopo Auschwitz non è più possibile scrivere poesie. Ma il tempo della memoria non significa solo ricordare i morti, chi non è più presente, gli scomparsi. Avere memoria tramandare il ricordo significa porsi di fronte alla ripresentificazione del tempo, renderlo vivo, farlo rivivere, riportarlo al presente, all'oggi, nell'attualità.

Questa trasformazione significa riproporci dalla parte di quel tempo, quell'evento, realmente accaduto, con il diritto e dovere dell'ascolto, la volontà di capire, intendersi e domandare, chiedere il perché. "Non si può domandare donde viene il male, ma donde viene che noi umanità lo perpetriamo..." da tale quesito lancinante si rivelano, tornano alla luce al lume della mente, della memoria tutti i nomi degli sterminati degli scomparsi, per renderci conto del male intrinseco all'essere umano. Un punto d'arresto nell'evoluzione della storia, dove il racconto si paralizza ed incomincia a girare a vuoto, all'impazzata, senza senso, stregato dall'indicibile dell'orrore, dalla verità del terribile, dall'immanenza del tremendum; e tutto questo accade perché sanno che l'arte, la poesia, la musica, il teatro, in quanto forme nobili, sublimi di testimonianza costituiscono la voce, l'anelito umano che rivela l'accaduto, ciò che è irriducibilmente umano, tentando l'incredibile con la forza della creazione dell'arte, della poiesis, dell'invenzione fantastica, della cultura che accresce l'animo, lo nobilita, opposta al nulla dell'efferatezza dello sterminio, della morte premeditata, del male preconcepito e sistematicamente perpetrato.

Così non solo l'impegno politico, ma anche l'attività creativa, l'arte, la cultura la poiesis sublime, insieme alla prassi del quotidiano dedito, offerto, consacrato ai valori della giustizia sociale, della fratellanza fra tutti i popoli del mondo, liberano dalla cecità delle dittature autoritarie, dispotiche, imperialiste, scioviniste, baratro della ragione, del raziocinio, dell'idealità, dell'ingegno che illuminano le menti, le vite di tutti gli uomini.



laura tussi <tussi.laura@tiscali.it>


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[1] Tussi T. Depotenziare Marx per accettarlo -"Il Calendario del Popolo" n. 654, giugno 2001

[2] Lepre A., Cosa c'entra Marx con Pol Pot? Laterza 2001

[3] Baudrillard J., L'America, 1986

[4] Gorgoglione W. Herbert Marcuse, un filosofo ancora attuale,-"Il Calendario del Popolo"n. 653 maggio 20001

[5] Marx K., Manoscritti economico filosofici, 1844

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